"laboratorio-officina" anziché "scuola"

È importante che, quando ci si presenta, sia chiaro il metodo di lavoro proposto ai possibili fruitori.
Dice l’urbanista Bernardo Secchi parlando del lavoro di Grafio, che il termine "laboratorio" indica "un modo di concettualizzare il proprio campo di analisi e lavoro. Gran parte del dibattito sulla storia delle scienze degli ultimi decenni ha indagato il modello della "scuola" o del "tribunale", di una istituzione cioè o di un luogo dove si portano dei giudizi sul passato del sapere e sul sapere del passato. A questi due modelli può essere opposto, quantomeno accostato, quello del "laboratorio" […], luogo ove il sapere si costruisce sperimentalmente, attraverso tentativi ed errori, in forme collettive ed interattive. Concettualizzare il proprio campo di osservazione come un laboratorio del quale si fa parte, nel quale di continuo si raccolgono, ma anche si producono esperimenti che divengono nuovi materiali di studio, vuol dire rinunciare, almeno provvisoriamente, ad esprimere nei confronti del materiale osservato giudizi, per studiarne invece, dall’interno, la logica di produzione

 

Tale impostazione, cui sono improntati i laboratori di scrittura di Grafio, tenta di evitare:
- un rapporto gerarchico fra docente e discente – dunque un rapporto passivo e un flusso univoco del sapere da un emittente a un ricevente;
- una conseguente scarsa predisposizione all’ascolto;
- un approccio tecnicistico al sapere – il sapere è, ora più di sempre, come dimostra il riassetto imposto dalla dimensione della Rete, un processo infinito, il frutto di una ricerca e di una costruzione collettiva; la Rete non è altro che l’effetto di un nuovo atteggiamento del fare cultura moltiplicato per la rivoluzione tecnologica: se da un lato il suo uso richiede l’adozione di conoscenze tecniche specifiche, dall’altro il patrimonio culturale si accumula in strati orizzontali senza un criterio trainante. I vecchi modelli di conoscenza, preconfezionati e dunque trasmissibili in sezioni, non sono più attivi; quel che può sembrare una debolezza è, dal nostro punto di vista (quello artistico ed espressivo) una grande acquisizione;
mentre tenta di offrire:
- un’opportunità di un rapporto collaborativo – dunque più motivante e produttivo – fra docente e discente;
- una forte predisposizione all’ascolto, principio fondamentale per:
- nella costruzione collettiva del sapere, una propensione all’interattività, all’applicazione di una intelligenza collettiva e al potenziamento della sperimentazione.

 

ascolto

L’ascolto, come è ovvio sul piano teorico ma ben poco sul piano pratico, è la qualità fondamentale di ogni operatore culturale (di ogni essere umano?).
L’ascolto fonda (e si fonda su-) il rispetto dell’Altro.
Ciò significa che il docente-coordinatore deve farsi concavo rispetto ai suoi interlocutori anche per accogliere – senza pre-giudicare in base al proprio gusto soggettivo – i contenuti che gli vengono da loro, l’immaginario e lo stile espressivo.
Ciò non significa, invece, passività, anzi: l’ascolto presuppone la presenza accanto all’interlocutore (non al di sopra né avanti), presenza pronta (grazie a maggiori dati di conoscenza ed esperienza) ad accompagnare il laboratorista ove si crei incertezza – per esempio: non avere pazienza nell’ascoltare gli altri, il ricercare sicurezze in formule o ricette espressive stereotipate, il non sapere stare in gruppo e fare gruppo per troppo individualismo, l’essere insofferenti verso gli altri e volere imporre il proprio modo e le proprie idee, il credere che il sapere sia dato una volta per tutte… –.
In tal senso l’ascolto è guida e garanzia anche nei confronti della qualità dei prodotti espressivi: scoprendo e conoscendo le carattersitiche e le intenzioni espressive di ciascun autore (operatore o utente), il coordinatore aiuta a verificare che l’espressione sia stata conforme alla natura e alle intenzioni espressive e del suo autore – mentre la consapevolezza di sé, del proprio stile e del proprio ruolo, gli eviterà di proiettare i suoi desideri e il suo gusto sul testo altrui –; nello stesso tempo metterà a disposizione dell’interlocutore le sue conoscenze per aiutarlo a prendere coscienza delle proprie qualità, dei propri difetti e a liberarsi dagli stereotipi e dalle influenze esterne che indeboliscono l’originalità della sua espressione.

 

maieutica

Dunque la maieutica, frutto appunto dell’ascolto e dell’assenza di pre-giudizio estetico, è la pratica preferita da Grafio per esaltare il talento di ciascuno: il coordinatore, ascoltando e guidando all’ascolto, crea le condizioni perché lo stile assolutamente unico del partecipante al laboratorio si riveli e venga portato a coscienza.
Una prassi maieutica tenta di garantire:
- l’alta qualità dell’esperienza umana e dell’estetica dei prodotti
- il dispiegamento più ampio delle qualità di ciascuno
- quindi una difesa dall’omologazione del pensiero e dello stile

 

il "metodo dell’ascolto nel suo farsi"

Se non rischiasse di apparire paradossale, potremmo definire con buona approssimazione questo approccio metodologico un non-metodo o semplicemente, il metodo dell’ascolto nel suo farsi.

 

laboratorio di scrittura "infunzionale"

L’attributo è mutuato dal filosofo Augusto Ponzio (Elogio dell’infunzionale, Roma, Castelvecchi, 1997).
Il termine mi sembra utile in due sensi:
- da un lato rivendica la necessità del gratuito e dell’istintuale in un universo intenzionalmente sempre più votato alla logica implacabile della funzionalità economica;
- dall’altro si svincola da un termine inflazionato di derivazione anglosassone, "scrittura creativa", comunemente usato per indicare i soggetti e i ‘luoghi’ (come le scuole di scrittura) dove si insegna a diventare scrittori. Senza addentrarsi in una discussione sull’apprendimento delle ‘tecniche narrative’ e le sue implicazioni, vorrei soltanto sottolineare che il termine stimola un inconscio rimando al mondo della pubblicità e all’utilizzo della creatività a scopi commerciali - l’argomento è senza dubbio molto complesso, anche perché investe le strategia di difesa della letteratura di fronte alla totale economizzazione dell’esistenza umana da parte del capitalismo.
Infine vorrei sottolineare l’apparente contraddizione fra la scelta del termine "infunzionale" con quanto detto in precedenza su una possibile utilità del Laboratorio: forse proprio riconoscendo questa differenza – l’(in)funzionale – si riconosce all’espressione artistica un alto tasso di valore percettivo, cognitivo, esistenziale.

gianni cascone