Tale
impostazione, cui sono improntati i laboratori di scrittura di Grafio,
tenta di evitare:
- un rapporto gerarchico fra docente e discente – dunque un
rapporto passivo e un flusso univoco del sapere da un emittente a
un ricevente;
- una conseguente scarsa predisposizione all’ascolto;
- un approccio tecnicistico al sapere – il sapere è,
ora più di sempre, come dimostra il riassetto imposto dalla
dimensione della Rete, un processo infinito, il frutto di una ricerca
e di una costruzione collettiva; la Rete non è altro che l’effetto
di un nuovo atteggiamento del fare cultura moltiplicato per la rivoluzione
tecnologica: se da un lato il suo uso richiede l’adozione di
conoscenze tecniche specifiche, dall’altro il patrimonio culturale
si accumula in strati orizzontali senza un criterio trainante. I vecchi
modelli di conoscenza, preconfezionati e dunque trasmissibili in sezioni,
non sono più attivi; quel che può sembrare una debolezza
è, dal nostro punto di vista (quello artistico ed espressivo)
una grande acquisizione;
mentre tenta di offrire:
- un’opportunità di un rapporto collaborativo –
dunque più motivante e produttivo – fra docente e discente;
- una forte predisposizione all’ascolto, principio fondamentale
per:
- nella costruzione collettiva del sapere, una propensione all’interattività,
all’applicazione di una intelligenza collettiva e al potenziamento
della sperimentazione.
ascolto
L’ascolto,
come è ovvio sul piano teorico ma ben poco sul piano pratico,
è la qualità fondamentale di ogni operatore culturale
(di ogni essere umano?).
L’ascolto fonda (e si fonda su-) il rispetto dell’Altro.
Ciò significa che il docente-coordinatore deve farsi concavo
rispetto ai suoi interlocutori anche per accogliere – senza pre-giudicare
in base al proprio gusto soggettivo – i contenuti che gli vengono
da loro, l’immaginario e lo stile espressivo.
Ciò non significa, invece, passività, anzi: l’ascolto
presuppone la presenza accanto all’interlocutore (non al di sopra
né avanti), presenza pronta (grazie a maggiori dati di conoscenza
ed esperienza) ad accompagnare il laboratorista ove si crei incertezza
– per esempio: non avere pazienza nell’ascoltare gli altri,
il ricercare sicurezze in formule o ricette espressive stereotipate,
il non sapere stare in gruppo e fare gruppo per troppo individualismo,
l’essere insofferenti verso gli altri e volere imporre il proprio
modo e le proprie idee, il credere che il sapere sia dato una volta
per tutte… –.
In tal senso l’ascolto è guida e garanzia anche nei confronti
della qualità dei prodotti espressivi: scoprendo e conoscendo
le carattersitiche e le intenzioni espressive di ciascun autore (operatore
o utente), il coordinatore aiuta a verificare che l’espressione
sia stata conforme alla natura e alle intenzioni espressive e del suo
autore – mentre la consapevolezza di sé, del proprio stile
e del proprio ruolo, gli eviterà di proiettare i suoi desideri
e il suo gusto sul testo altrui –; nello stesso tempo metterà
a disposizione dell’interlocutore le sue conoscenze per aiutarlo
a prendere coscienza delle proprie qualità, dei propri difetti
e a liberarsi dagli stereotipi e dalle influenze esterne che indeboliscono
l’originalità della sua espressione.
maieutica
Dunque
la maieutica, frutto appunto dell’ascolto e dell’assenza
di pre-giudizio estetico, è la pratica preferita da Grafio per
esaltare il talento di ciascuno: il coordinatore, ascoltando e guidando
all’ascolto, crea le condizioni perché lo stile assolutamente
unico del partecipante al laboratorio si riveli e venga portato a coscienza.
Una prassi maieutica tenta di garantire:
- l’alta qualità dell’esperienza umana e dell’estetica
dei prodotti
- il dispiegamento più ampio delle qualità di ciascuno
- quindi una difesa dall’omologazione del pensiero e dello stile
il
"metodo dell’ascolto nel suo farsi"
Se
non rischiasse di apparire paradossale, potremmo definire con buona
approssimazione questo approccio metodologico un non-metodo o semplicemente,
il metodo dell’ascolto nel suo farsi.
laboratorio di scrittura "infunzionale"
L’attributo
è mutuato dal filosofo Augusto Ponzio (Elogio dell’infunzionale,
Roma, Castelvecchi, 1997).
Il termine mi sembra utile in due sensi:
- da un lato rivendica la necessità del gratuito e dell’istintuale
in un universo intenzionalmente sempre più votato alla logica
implacabile della funzionalità economica;
- dall’altro si svincola da un termine inflazionato di derivazione
anglosassone, "scrittura creativa", comunemente usato per
indicare i soggetti e i ‘luoghi’ (come le scuole di scrittura)
dove si insegna a diventare scrittori. Senza addentrarsi in una discussione
sull’apprendimento delle ‘tecniche narrative’ e le
sue implicazioni, vorrei soltanto sottolineare che il termine stimola
un inconscio rimando al mondo della pubblicità e all’utilizzo
della creatività a scopi commerciali - l’argomento è
senza dubbio molto complesso, anche perché investe le strategia
di difesa della letteratura di fronte alla totale economizzazione dell’esistenza
umana da parte del capitalismo.
Infine vorrei sottolineare l’apparente contraddizione fra la scelta
del termine "infunzionale" con quanto detto in precedenza
su una possibile utilità del Laboratorio: forse proprio riconoscendo
questa differenza – l’(in)funzionale – si riconosce
all’espressione artistica un alto tasso di valore percettivo,
cognitivo, esistenziale.
gianni cascone